Dipingere nelle carceri

Progetto MATERIA E COLORE
A cura di Rachele Mari-Zanoli, con la consulenza di Francesco G. Christian Costantino

INDIVIDUAZIONE PROBLEMATICHE DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

Negli istituti penitenziari, a causa del sovraffollamento, della carenza di personale e mezzi, e dell’inadeguatezza delle strutture, un’ampia porzione di popolazione detenuta non è impegnata in alcuna attività. Tale ozio forzato con tutte le sue implicazioni è una delle concause che alimenta l’alta percentuale di atti autolesionistici e suicidiari tra i ristretti. Anche tra gli operatori penitenziari e tutto il personale che si trova a contatto con i detenuti stessi è allarmante constatare il manifestarsi di sindromi da burn out e finanche l’accentuarsi dei suicidi.

OBIETTIVO DEL PROGETTO

Lo scopo è offrire ai detenuti la possibilità di svolgere un’attività di gruppo che rispetti l’individualità e arrechi benessere: la pittura. Questo al fine di migliorare la qualità della vita dei detenuti in carcere e di riflesso anche del personale nonché di diminuire l’attuale alta percentuale di suicidi tra i ristretti. Nell’esecuzione del progetto verrà prestata particolare attenzione affinché gli utenti coinvolti non siano messi nella condizione di avvertire la spiacevole sensazione di essere sottoposti a giudizio/valutazione nel processo di creazione delle opere. Tantomeno si eviterà di ingenerare criticità qualora si palesassero ricordi traumatici, particolari vissuti, profili psicologici controversi desumibili nell’esecuzione dei quadro dalle opere finite. Verrà prestata attenzione, inoltre, affinché non si ingeneri tra i partecipanti un clima di competizione. Verrà lasciata ampia libertà di espressione ai fruitori dell’iniziativa senza che venga loro imposto alcun particolare stile artistico o idea e tantomeno quelli stessi adottati dall’artista che dirige il laboratorio.

UTENTI

Detenuti comuni “ozianti” e non coinvolti in attività lavorativa e/o corsi di formazione scolastico professionalizzanti. Numero di utenti massimo 10 per gruppo a laboratorio. Qualora la Direzione dell’istituto ritenesse opportuno, anche detenuti così detti “protetti” che non svolgono attività e che sono in detenzione per un lungo periodo. Ogni laboratorio include una media di dieci detenuti. Ci si prefigge, inoltre ,l’inserimento di detenuti di nazionalità elvetica. (Ovviamente i corsi si effettueranno in orari o in sale separate a seconda dello status/regime di detenzione dei detenuti).

NASCITA DEL PROGETTO

Il progetto di Rachele Mari-Zanoli di portare in modo fattivo la pittura nelle carceri in favore dei detenuti inizia a delinearsi a partire dal mese di marzo del 2010, in concomitanza con la mostra personale della stessa presso l’ospedale psichiatrico cantonale di Mendrisio in Svizzera. Nello stesso anno durante un’altra mostra di Rachele Mari-Zanoli a Berlino quell’aspirazione inizia a concretizzarsi. A Berlino difatti l’artista durante il festival internazionale d’arte moderna Art Forum 2010, incontrò la pittrice partenopea Marianna Mendozza. Quest’ultima la mise in contatto con l’artista giapponese Ayumi Makita e con Christian Costantino. La dott.ssa Makita in qualità di artista e il dott. Francesco G. Christian Costantino nella veste di operatore penitenziario svolsero un workshop d’arte presso la Casa di Reclusione di Padova e realizzarono una mostra di quadri nel comune di Perugia eseguiti da detenuti dello stesso istituto. Sulla scia di queste esperienze Rachele Mari-Zanoli ha iniziato il progetto MATERIA E COLORE presso l’istituto penitenziario di Padova.

TECNICA PITTORICA

L’artista Rachele Mari-Zanoli nei suoi laboratori utilizza una tecnica di pittura che viene definita concreta. L’impiego di tale tecnica consente di cimentarsi da subito nell’esecuzione di opere non solo alle persone che già hanno avuto esperienze nel settore artistico ma anche a quelle che non hanno mai dipinto. Altro vantaggio di questa tecnica è che si può iniziare e smettere di dipingere secondo le necessità (ad esempio l’arrivo tardivo di un detenuto ad una sessione di laboratorio non ne pregiudica la partecipazione). Inoltre questo tipo di tecnica è molto versatile e non necessita di spiegazioni teoriche o di conoscenze di storia dell’arte. Essa è perciò generalmente ben accetta e fruibile da persone di svariati livelli culturali ed interessi.

SPAZI

Il laboratorio si svolge in uno spazio in cui si possano inserire dei tavoli per appoggiare le tele, questi saranno coperti in modo da non venir dipinti. Se possibile il locale dovrebbe essere provvisto di un lavandino per lavare le mani e di una fonte di luce naturale. Lo spazio dovrebbe avere almeno una dimensione di 20 mq se gli utenti sono una decina.

MATERIALE

Il materiale consiste in tele di cotone con telai in legno della dimensione variabile a seconda del laboratorio, colori acrilici, guanti leggeri in silicone, sabbia, colla bianca, pezzetti di spago da 10 cm l’uno, legnetti di dimensioni non superiori a 5 x 2 cm, pezzetti di panno (tessuto) di 2 x 2cm e polvere di gesso da mischiare con acqua in loco. Prima dell’inizio del laboratorio verrà fornito a cura dell’organizzatrice un elenco dettagliato e numerato di tutto il materiale che verrà distribuito previo controllo da parte degli agenti di Polizia penitenziaria.

COSTI E SPESE

I costi del materiale, delle ore di lavoro dell’artista che dirigerà i laboratori e del trasporto sono assunti interamente da Rachele Mari-Zanoli. Per il carcere non sussistono quindi costi alcuni se non l’accompagnamento dei detenuti e la loro sorveglianza nel locale adibito a laboratorio.

SICUREZZA

Tutte le norme di sicurezza sono scrupolosamente rispettate, sia per quanto riguarda la scelta e fornitura del materiale, che i permessi e gli accessi durante lo svolgimento del laboratorio.

DATE E DURATA

Le date e la durata dei laboratori sono concordate con la direzione, gli educatori e i detenuti e dipendono dallo scopo che il progetto di volta in volta si prefigge di raggiungere e dalle dinamiche di gruppo dei partecipanti, oltre che dall’agenda della curatrice dei laboratori. In genere s’inizia con tre sessioni di circa 3 ore durante le quali di definiscono i parametri entro il quale si intende lavorare. In genere sono previste dalle tre alle dieci sessioni sull’arco di quattro mesi. Questo in modo da permettere anche, qualora desiderato, l’allestimento con il supporto di Rachele Mari-Zanoli di una mostra con le opere create dai detenuti che possa avere un sufficiente numero di quadri.

RINGRAZIAMENTI

Il presente progetto “MATERIA E COLORE” è decollato e vive grazie all’indispensabile supporto, nonché esperienza accademica e pratica, del Dott. Francesco G. Christian Costantino, al quale va un immenso ringraziamento.

Un particolare grazie va parimenti al Direttore della Casa di Reclusione di Padova, Dott. Salvatore Pirruccio, e al Responsabile e coordinatore dell’Area educativa del medesimo istituto, Dottoressa Lorena Orazi che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto al Due Palazzi di Padova dove sono previsti una decina di laboratori nell’arco di tre mesi ed una esposizione a fine estate 2011.

L’ARTE TERAPIA

Tentativo di definizione

L’arte terapia è una disciplina che rappresenta una relazione di cura in cui si ricorre all’espressione artistica per promuovere la salute e il miglioramento della qualità della vita. Questa particolare relazione di cura può essere di particolare aiuto a coloro che hanno subito traumi profondi in seguito a gravi violenze (subite o inflitte). Chiunque abbia vissuto degli shock, infatti, può avere difficoltà ad esprimerli perché si tratta di esperienze troppo dolorose per essere raccontate, indicibili.1[1]

Cenni storici

Una prima forma di comunicazione pittorica e grafica è nata, nella seconda metà del XIX secolo, proprio nei luoghi della sofferenza nascosta: le carceri e i manicomi. Col passare degli anni i campi di applicazione dell’arte terapia vanno estendendosi nell’area dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, ammalati di Aids, oncologici, minori a rischio, affetti da Alzheimer).

Questo serve a farci comprendere come l’obiettivo dell’arte terapia sia stato, sin dalla sua nascita, sempre quello di permettere al paziente, attraverso l’attività creativa, di rielaborare esperienze drammatiche e di accedere al linguaggio inconscio.

È, però, a partire da Edith Kramer che si può parlare di arte terapia vera è propria.

Questa pedagogista-psicoterapeuta, con le sue ricerche e osservazioni sposta l’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare, al processo creativo vero e proprio, ritenuto di per sé uno strumento di cura. Verso la fine degli anni ’30 la Kramer, insegnando arte ai figli dei profughi della Germania nazista, osservò gli effetti positivi dell’attività artistica su bambini segnati dalle ripetute violenze del regime. Attraverso la creazione artistica il paziente si immerge in un’attività rilassante e piacevole che facilita la risoluzione dei propri conflitti, si mette alla prova, sviluppa un forte senso d’identità, “conosce se stesso”. Arte, dunque, come terapia.

Ambiti di applicazione

Possiamo suddividere gli ambiti di applicazione dell’arte terapia in tre grandi aree, e cioè, quella della terapia, quella della riabilitazione e quella dell’educazione. Ci sono situazioni particolari in cui la terapia, la riabilitazione sociale e l’educazione si intrecciano; è il caso degli utenti come, per esempio del nostro progetto, i detenuti

delle sezioni protette. Si tratta di trasformare il “tempo di pena” in “tempo di vita”, di dare la possibilità al

detenuto di sostenere un lavoro introspettivo e di regolazione delle emozioni, di rendere visibile a se stesso e agli altri, attraverso le proprie creazioni, il proprio mondo interiore. L’Arte terapia, quindi, aiuta il carcerato a farsi consapevole e ad accettare, di conseguenza, la relazione d’aiuto.

REFERENZE SU RACHELE MARI-ZANOLI

Manolo Lacalamita, responsabile educatore presso l’ospedale psichiatrico cantonale di Mendrisio, Svizzera e docente, tel. +41 91 816 55 11 Lodovico E. Berra, Medico specialista in Psichiatria, psicoterapeuta e Counselor ad orientamento filosofico- esistenziale, Studio: corso Fiume 16, Torino, tel. 0116600015, email: prof.berra@isfipp.org

Francesco G. Christian Costantino, Sociologo, Criminologo, Counselor in tematiche sessuali, già Agente di Rete presso la Casa di Reclusione di Padova – Magistrato onorario presso Corte Appello Minori di Reggio Calabria - Docente di “Sociologia della devianza e Criminologia” presso l’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria - Docente di “Aspetti trans culturali con l’oriente nella formazione dell’identità di genere e traumi evolutivi della personalità” presso Master “Scienze prevenzione primaria e formativo forensi per l’infanzia e l’adolescenza” dell’Università di Roma – christian.costantino@unistrada.it  – chriscos@libero.it

DATI DI CONTATTO

Indirizzo e-mail: info@rachelemarizanoli.com  oppure ufficiostampa@rachelemarizanoli.com

Pagina Web: www.rachelemarizanoli.com



[1] In termini scientifici, lo stato in cui potrebbe cadere la vittima della violenza è detto alexithymia. Questo termine è stato coniato da Peter Sifneos nella prima metà degli anni ’70 per indicare un disturbo affettivocognitivo relativo ad una particolare difficoltà di vivere, identificare e comunicare le emozioni (dal greco alpha = assenza, lexis = linguaggio, thymos = emozioni, ossia “assenza di parole per le emozioni”).